VILLA GIACOBAZZI

||VILLA GIACOBAZZI

Elegante dimora aristocratica per la villeggiatura estiva dei conti Giacobazzi, una delle famiglie più influenti di corte, e dunque privilegiato punto di osservazione sulle vicende storiche del ducato estense di Sette e Ottocento, dopo un accurato restauro scientifico, l’edificio è stato destinato a sede della Biblioteca dei Ragazzi “Leontine”. Immerso in un vasto parco, anch’esso pubblico, il complesso presenta un’articolata pianta, frutto di successive modificazioni, a partire da una primitiva casa a torre di probabile origine cinquecentesca. Le testimonianze più antiche di questo edificio risalgono alla seconda metà del Seicento, quando una casa padronale con altana sulla via per la montagna, appena “fuori del portone dei Cappuccini”, risulta appartenere alla famiglia Moreali. È don Giovanni Giacobazzi, parroco della collina limitrofa, a comprare nel 1724, assieme a numerosi altri terreni, il “casino dei Cappuccini”, così detto per la vicinanza all’omonimo convento, anche se il vero acquirente è il giureconsulto Domenico Maria Giacobazzi, segretario e consigliere di Stato del duca Francesco III d’Este, amico di Ludovico Antonio Muratori e tra i promotori della manifattura ceramica a Sassuolo, che diviene l’effettivo proprietario solo nel 1728. Tra 1735 e 1759, Giacobazzi promuove lavori di ampliamento e abbellimento che conferiscono alla villa forme simili a quelle attuali, con due nuove ali laterali, il collegamento dell’altana con la facciata e le cornici in arenaria alle finestre. Fu nobilitato anche l’ingresso verso l’abitato, in corrispondenza del ponte d’accesso sul canale di Modena, poi tombato, con l’elegante portale a timpano ricurvo che ancora oggi prospetta su piazzale Porrino.

Alla morte di Domenico Maria, nel 1770, la vasta proprietà passò al figlio Onorio, podestà del Comune di Sassuolo e consigliere di Stato, cui fu conferito il titolo comitale nel 1777. Alla committenza del conte Onorio può essere ricondotto l’intervento che maggiormente caratterizza l’edificio. Approfittando della realizzazione di una strada circondariale comunale, che avrebbe alleggerito le vie del centro cittadino dal traffico dei carri più pesanti, Onorio, attorno al 1786, promosse l’apertura di un nuovo e più ampio ingresso alla tenuta, eleggendo il prospetto est del casino a facciata principale. Dalla nuova strada, quindi, un’ampia provana di pioppi cipressini conduceva alla villa, che per questo fu in seguito chiamata anche “I Pioppi”, le cui sporgenti ali laterali accoglievano chi giungeva nella corte come in un abbraccio. Il conte Luigi Giacobazzi, anch’egli podestà a Sassuolo, poi ministro degli Interni per il duca Francesco V d’Austria d’Este, sposato alla contessa Isabella Ferrari Moreni, ereditò dal padre Onorio la proprietà, in cui la sua famiglia risiedeva stabilmente da tre generazioni. Solo dopo i moti del 1831, infatti, i Giacobazzi si trasferirono nel loro palazzo di via Ganaceto a Modena, capitale in cui Luigi era stato promosso consultore del Ministero del Buon Governo, recandosi nella villa di Sassuolo solo per la villeggiatura estiva. Al conte Luigi va comunque ricondotta la committenza delle suggestive decorazioni nell’altana della villa, dipinta “a paese” nel 1857 dal pittore sassolese Antonio Valentini, con la collaborazione di Giovanni Braglia. La stanza corona l’edificio e permette di godere di un ampio panorama sulla tenuta circostante; alle pareti, tra finte architetture di gusto neogotico e romantici rampicanti un po’ fané, Valentini, allievo del paesaggista Giovanni Susani, dispiega una morbida veduta collinare, immaginata in un continuum visivo, come in un diorama. La consistenza fisica delle pareti è idealmente eliminata; annullata la cortina muraria: sembra di essere in un immaginario gazebo posto al centro di un grande parco all’inglese, animato da diverse figurette dal garbato recitativo, in cui non mancano riferimenti alla tradizione scenografica emiliana post bibienesca, come nel topos della “galleria vegetale”. Alla morte di Luigi, nel 1893, la villa fu al centro di un contenzioso ereditario. Il primogenito Onorio, sposato alla contessa parmense Amalia Mazzari Fulcini, aveva trasferito la propria villeggiatura in un vicino casino acquistato dalla moglie nel 1871, poi denominato villa Amalia, rimasto al ramo dei Giacobazzi Mazzari Fulcini fino al 1994 e ora di un noto gruppo industriale sassolese. Il fratello Antonio, invece, era rimasto nella tenuta di famiglia, acquistata dalla moglie Antonietta de Devan nel 1894 al fine di evitarne la parcellizzazione. Deceduto il conte Antonio, la villa passò ai suoi due figli: Ottone, monsignore e cameriere segreto di Sua Santità, dall’instabile equilibrio psichico, e Leontine, raffinata cultrice di memorie patrie e appassionata scrittrice di romanzi storici, sposata al conte Ippolito Giorgi di Vistarino. Appena entrata in possesso della proprietà, Leontine promosse subito nuovi e consistenti interventi nella villa: tra il 1909 e il 1915, nelle sinuose ed eleganti linee liberty, furono infatti realizzate la nuova scala a tenaglia, che permette di accedere direttamente dalla corte al piano nobile, e le rinnovate decorazioni degli spazi interni, dipinte dell’esordiente pittore locale Umberto Chicchi secondo un attardato gusto revivalistico; mentre agli anni Trenta del Novecento è databile l’ampliamento dell’edificio, con una nuova sala da pranzo ottenuta aggregando un corpo porticato a ovest. Dopo aver ospitato un gruppo di benefattori che durante il secondo conflitto mondiale realizzavano oggetti da inviare al fronte, negli anni Cinquanta la villa fu anche sede del dispensario “Mafalda di Savoia”, per i malati di tubercolosi. Alla morte di Leontine e del marito, il complesso passò interamente alla figlia, la contessa Rosanna Giorgi di Vistarino, sposata al conte Ambrogio Caccia Dominioni. Rosanna, come la madre cultrice di studi storici, era affettivamente molto legata alla villa di Sassuolo, dove, pur risiedendo a Roma, trascorreva sempre il periodo estivo. Fu lei, infatti, a richiederne il vincolo della competente Soprintendenza nel 1956, evitando la realizzazione di un nuovo asse viario, previsto dal piano regolatore redatto dall’ingegnere Dante Colli negli anni Trenta, che avrebbe tagliato in due il viale di pioppi della tenuta. La contessa Rosanna, cara alla memoria di tutti i sassolesi per le opere di beneficenza, si spense nella sua amata villa nel 1989, senza figli; il marito morì nel 1993 nella propria residenza di Nerviano, in provincia di Milano, nel cui cimitero riposano entrambi. Nel 1991, con un’asta pubblica, gli eredi procedettero all’alienazione degli arredi custoditi per generazioni all’interno della villa. Le antiche ceramiche, di produzione sassolese, furono acquistate da un privato che generosamente le donò al Comune di Sassuolo, affinché non fossero disperse; sorte che invece toccò a tutti gli altri oggetti, compresi i ritratti di famiglia.La proprietà fu divisa in due parti: l’edificio rustico, detto “Corletta”, fu acquistato da privati e restaurato a fini abitativi, mentre la villa e la quasi totalità della tenuta furono acquisiti dal Comune di Sassuolo, che poco dopo promosse l’apertura del parco, di cui già da anni aveva avuto in gestione una piccola parte.

2018-01-21T18:44:52+00:00 ARTE E CULTURA|